sabato 19 gennaio 2013

Sant'Ilario di Poiters patrono di Parma




Non starò qui a farvi un panegirico del patrono della mia città, nè a raccontarvi ogni piccola cosa che ha fatto e il perché è stato reso santo e altro, qui vi racconto che nel cuore dell'Oltretorrente c'è un piccolissimo oratorio a lui dedicato e che il tempo e il denaro costringe a tenere aperto solo il giovedì e al giorno a lui dedicato. Che la porta dell'oratorio sempre chiusa per tanti anni è stata una ferita al cuore sociale della città, ma che il santo è sempre stato uno di noi. La devozione del parmigiano non è plateale nè coreografica, ma tratta santi e personaggi storici come se fossero uno di loro, come se ce li si aspettasse alla fermata dell'autobus a lamentarsi del sindaco e a urlare "comunque sempre viva forza il Parma!".
Siamo così.
Forse sarà per il fatto che nel medioevo abbiamo regalato alla storia due antipapi.
O forse perché la nebbia attutisce un sacco di cose ed emozioni e lascia le parole sussurrate a rincorrersi per l'aria.

statua del santo di epoca quattrocentesca.


Sant'Ilario è "quello delle scarpette" e difatti per la sua festa si fanno dei semplici dolci di pastafrolla a forma di scarpa, magari colorata con la glassa (nota per la mia mamma che legge il blog: io mi segno tutti gli anni in cui non me le hai comprate...).
La motivazione è che il santo è stato patrono della corporazione dei calzolai.
Ma partiamo un pelino prima.
Sant'Ilario era francese (non a caso Poiters) ed era nato da famiglia pagana nel 315 circa e si convertì da adulto al cristianesimo, dedicandosi anima e corpo al contrasto all'arianesimo. La sua predicazione era talmente virulenta che, vuole la leggenda, venne mandato in Anatolia per andare lontano a predicare. E qui iniziò il suo pellegrinaggio che molto probabilmente lo portò a solcare le strade vicino a Parma...comunque sia dall'Anatolia dopo qualche tempo venne rispedito in patria per lo stesso problema che lo aveva allontanato. Sulla strada del ritorno, questo santo pellegrino, si ferma di sicuro a Parma dove un ciabattino viste le sue condizioni si offre a sostituirgli le scarpe, senza aspettarsi nulla.
Il santo colpito da tanta generosità fa trovare la notte successiva un paio di scarpe d'oro che risolvono ogni problema del ciabattino.
Ecco qua la vicinanza con la corporazione dei calzolai.

Il santo divenne patrono di Parma nel XIII per ingraziarsi Carlo d'Angiò per aver aiutato la città (ricordo di aver letto da qualche parte chi fosse il patrono precedente, ma come al solito non lo trovo nei miei libri. Come al solito quando mi serve qualcosa) e tale è rimasto fino a noi.

L'Oratorio a lui dedicato si trova nell'ospedale vecchio (come da noi si chiama), ma che nel quattrocento era l'ospedale della Misericordia, con inglobato l'ospedale degli Esposti voluto nel 1201 da Rodolfo Tanzi benefattore di Parma.

Rodolfo Tanzi morto nel XIII secolo, ma qui risepolto con una nuova tomba.
La lapide originale venne mantenuta, ma sinceramente non ho capito dove si trovi.


L'oratorio odierno è una costruzione del 1663 e sostituisce quello costruito nel XIII secolo oltre piazzale della Croce (e quindi molto al di fuori delle mura cittadine o del controllo della città) e l'oratorio dedicato alla Madonna proprio nell'ospedale degli Esposti.
Esso venne dedicato a tutti i santi medici o taumaturgici che si ricordino proprio per la sua posizione all'interno di un complesso medico che rimase funzionale fino al 1920 circa.

 












La giornata a lui dedicata è il 13 gennaio e di solito nell'oratorio si fa la messa per le autorità (anche perché è talmente piccolo che non ci sta nessun altro), la distribuzione delle scarpette dolci e dei guanti bianchi (questa tradizione non so da dove venga) ai bambini.
In più in Comune con gran cerimonia vengono premiati i cittadini illustri che con le loro opere di valore hanno reso lustro alla città. Ecco  i premiati di quest'anno e la motivazione.

Io di solito me ne sto a casa a polleggiare o si esce con gli amici per una birra o cose del genere, ma quest'anno ho proprio voglia di godermi la mia città e quindi l'occasione era propizia.
Peccato il cattivo tempo che ha costretto tutti a chiudersi in casa.
Eppure il piccolo oratorio era pieno zeppo di gente e io non sapevo nemmeno perché. Il mistero è durato poco perché ho scoperto che ci sarebbe stata una lezione di storia nell'oratorio su di esso e poi un concerto di musica popolare parmigiana.




Il coro tutto femminile, intramezzato da poesie in dialetto che ci raccontano le feste nelle famiglie parmigiane, è il coro "Il cuator Stagion" diretto da Mariangela Bazoni, ci ha deliziato con canzoni nel nostro dialetto degli inizi del '900.

Una bella giornata tutta parmigiana, perché alla fine non si può dire altro che Parma è "tam bela!".

domenica 30 dicembre 2012

Una domenica al museo dei burattini

Per "colpa" di questa immagine e della diatriba amichevole fra rievocatori sul suo funzionamento, ho contattato la Famiglia Ferrari per chiedere ragguagli.

foto incriminitata
dall' "Hortus deliciarum" del XII secolo


La Famiglia Ferrari è una vera istituzione a Parma ma non solo: 4 generazioni di burattinai che dedicano a questa antichissima arte, la loro passione, il loro corpo e voce, in poche parole la loro vita.
Ammetto che li conoscevo solo di fama, anche perché per vari motivi non è che abbia avuto la possibilità di vedere tanti burattini dal vivo nella mia infanzia, però riconoscendo la loro bravura ho provato a spedire un'email chiedendo se potessero aiutarmi a decodificare l'immagine.
Mi aspettavo di dover rinunciare alla risposta, forse più per sfiducia nei confronti di una illustre sconosciuta rievocatrice quali sono, più che per prova di loro scontrosità. Difatti la mia sfiducia è stata massacrata nel giro di mezza giornata dove non solo ho ricevuto risposta positiva a darmi delucidazione, ma anche invito a chiederlo prima di un loro spettacolo in dicembre.
Purtroppo la didattica mansio al freddo e al gelo e il mercatino degli hobbisti a cui ho partecipato mi hanno fatto rimandare l'incontro fino ad oggi.
Non sapevo cosa aspettarmi, ma sono stata accolta molto gentilmente da Daniela Ferrari (la bisnipote del fondatore Italo Ferrari), la quale non solo mi ha catapultato dietro le quinte dello spettacolo (sono andata dietro dove si muovono le marionette! Come andare dietro le quinte di un teatro!), ma anche nella cantina dove tengono un po' di materiale, ma soprattutto mi ha permesso di chiedere al resto della compagnia delucidazioni sulla foto.
E' stato emozionante poter parlare tranquillamente di storia, di burattini, di ricostruzione, di mancanza di opportunità e anche di templari, con dei professionisti che faticano e lavorano per non far mancare al mondo una vera arte, ma che non se la tirano per nulla.

Poi mi sono goduta lo spettacolo, che più che uno spettacolo di burattini vero e proprio è stata una vera lezione sulla differenza fra le epoche e le diverse tipologie di burattini, marionette e altro.
Lo spettacolo si è tenuto nel piccolo museo dei burattini nel complesso che ospita i Giardini di San Paolo, la biblioteca Guanda e la superba camera di San Paolo affrescata dal Correggio. Un complesso che si nasconde alla città come un angolo di pace e di cultura, sempre aperto e con tanta gente, proprio nel centro della città stessa: a un passo dal duomo e dal Battistero, a fianco di via Cavou la via del passeggio giovanile, dietro la polivalente e polidistrutta Pilotta. Insomma un vero gioiellino che in estate si apre all'evento dell'horror "I giardini della paura", dimostrando la sua natura poliedrica.

Lo spettacolo, anzi la didattica, era aperta a grandi e piccini e diciamocelo ero l'unica che non avesse a che badare a un piccolo di altezza attorno al mio ginocchio. Di certo la scelta di portare per le feste i piccoli a vedere i burattini è azzeccata e magari si sperava di trovare relax: il signore a fianco a me, eravamo in ultima fila, dopo aver rifilato i gemellini alla moglie in prima fila (le file erano poche perché le stanze piccole), ci ha piantato una ronfata che abbiamo dovuto svegliarlo visto quanto russava...
I piccoli bravi (tranne uno dei due gemelli) hanno ascoltato tutta la lezione quasi in silenzio, ma ammettiamolo si sono solo emozionati quando si spegnevano le luci e "gli umani" sparivano del tutto...e gli adulti con loro.
Divertente, rilassante, da vedere più spesso.

Per quanto riguarda la spiegazione della foto incriminata, loro sono convinti (ma contattando potrò accedere al loro centro studi e magari scoprirne di più) che fossero figure tridimensionali e non sagome, legate con delle corde al bacino in modo che potessero roteare da destra a sinistra, senza poter fare altri movimenti,
simulando proprio uno scontro (infatti si vedono due guerrieri in atto militare).
Non hanno niente a che spartire con pupi siciliani o cose del genere prima di tutto perché non dotati di fili agli arti, ma soprattutto manca l'imbracatura per tenere su il pupo (pesa tantissimo, me lo hanno fatto provare) e per aiutare il puparo a muoverlo. Fra queste sagome e il pupo napoletano (antenato del siciliano, mi hanno detto) corrono veri e propri secoli di storia e di evoluzione dei burattini.
Questa la loro spiegazione logicamente in mezz'ora (ma sono molto precisi con riferimento e altro. Ricordo che la famiglia Ferrari non solo studia, tramanda e recita, ma costruisce i burattini, quindi dalla loro hanno anche l'artigianato vero).

E' stata proprio una domenica proficua.
E divertente

Per saperne di più sul museo dei burattini (ho già chiesto se fosse possibile fare un post con tanto di foto qui sul blog e per loro non ci sono problemi) questo è il sito:
http://www.castellodeiburattini.it/project/default.asp

Per chi passa da Parma dovrebbe diventare un altro punto fisso, visto che all'estero lo conoscono molto più di noi.

martedì 27 novembre 2012

Gemellaggio a 3...con sorpresa!

Come ogni anno verso Novembre o verso Febbraio due gruppi di folli rievocatori si muovono senza tende, armamenti e vestiti storici, ma con tutta la loro contemporaneità e follia per trovarsi.
"Templari sotto spirito".
"Grifoni alla parmigiana".
Ovvero Mansio Templi Parmensis e Grifoni Rantolanti in trasferta.
Ci conosciamo credo da quasi 8 anni; prima Quattrocastella, poi la mia appendicite ad Altopascio e non ci siamo più lasciati. Sembra quasi un rapporto amoroso...ahahahahahah!
Beh in un certo senso...
Quattro anni fa, dopo anni di sole rievocazioni, abbiamo deciso che, sì, ci mancavamo reciprocamente e che, sì, per una volta ogni tanto potevamo fare qualcosa di più rilassante e quindi il 14 febbraio abbiamo sancito, con rispettivi regali, in terra Friulana il gemellaggio. Nello stesso anno abbiamo replicato in terra parmigiana in novembre. Poi abbiamo deciso che la crisi ci avrebbe messo in crisi e quindi la rievocazione del gemellaggio si sarebbe compiuto una volta all'anno alternandoci.

Organizzare un gemellaggio non è mica facile e di solito impieghiamo almeno due mesi a decidere la data e a coordinarci tutti quanti, ma alla fine arriva l'ora zero e siamo pronti!

Quest'anno poi è stato strano.
Vengo da un periodo altalenante. Mi rendo conto che fare il rievocatore e tutto quello che comporta (lo studio, la ricostruzione, il confronto, la documentazione, la sperimentazione e gli allenamenti) è quello che più amo fare. Poi mi rendo conto che è una progettazione senza un futuro certo, senza una credibilità sociale, senza speranze mi viene da dire. E allora salgono i pensieri. E i pensieri sono sempre oscuri...
Quando poi decido che tanto quello che amo fare è quello che amo fare e non c'è santo che tenga che riesca a tenermi lontano da tutto ciò, allora mi rimbocco le maniche e spesso sale anche la rabbia.
Quindi il pregemellaggio era foriero di stanchezza e pensieri e dubbi e stanchezza (so che l'ho già detto, ma era un rafforzativo, insomma!).
Poi la bolla è scoppiata e sinceramente i pensieri sono andati a farsi friggere, anzi sono proprio stati presi a pedate!
Primo perché, anche se non c'era la vecchia guardia Grifonica, quando "guelfi" e "ghibellini" (improprio chiamarci così, ma è un bel modo di scherzare fra di noi) si ripigliano scocca la follia. E si ride, ci si prende in giro e si ricordano brutte figure e bei ricordi. Se poi, quando meno te lo aspetti, spuntano dalla porta di casa del Conte Marc il Siniscalco e alcuni dei Blanc Manteaux, allora salgono agli occhi lacrime di felicità.
Tutto ha preso una piega leggera, tranquilla, solare: tutte le emozioni moltiplicate per tre.

Sabato sera a mangiare tortelli, torta fritta & salume!



In una sala affollata di gente normale noi ce ne siamo propriamente infischiati e abbiamo fatto tutto quello che facciamo normalmente in campo: casino. Cantare, ridere, foto, scherzi, "chi è in mezzo" fino a quando ci hanno benevolmente cacciato all' 1.00 di notte.

Il giorno dopo poi doppia visita a Roccabianca: rocca e November Pork.





E non ci hanno fermato nemmeno i disguidi tecnici. Perché di ogni piccolo e normale ostacolo riusciamo sempre a farci una risata in più.


Ci hanno scaldato chiacchiere e anolini (conquistando friulani alla follia).



E poi quando, dopo un giro veloce della pista, abbiamo riaccompagnato i grifoni alla stazione (in treno??? O_o), senza nemmeno il tempo dei saluti che portano alla tristezza, quelli che ti fanno capire che la bella giornata è finita e tocca archiviarla nei bei ricordi, tutto continua coi francesi.

Premetto che non ho studiato il francese, non so il francese, ma da quando li conosco inizio a capire il francese, ma da qui a passare con loro 5, mio fratello e lo Duca Nostro tutto il pomeriggio della domenica portandoli a far vedere il Battistero (ne sono rimasti entusiasti) e parlare di storia, rievocazione e sperimentazione, beh è stato veramente troppo per il mio povero neurone!




Quello che non ho potuto fotografare è la mia gioia per il fine settimana appena trascorso; per tutti gli stimoli che mi hanno ridato forza per continuare a fare il rievocatore; per tutte le emozioni provate.
Quando sono ritornata a casa con mio fratello continuavo a sorridere e quasi a saltare come una bambina.
Grazie Grifoni Rantolanti per essere gli Amici di sempre.
Grazie ai Blanc Manteaux per essere i Confratelli di sempre.
Grazie agli Amici veri, agli amici conosciuti, ai nipoti ghibellini acquisiti.


venerdì 9 novembre 2012

La zucca nella Storia

Dopo aver parlato di amenità contemporanee è il caso di fare una piccola digressione nella Storia. 
Sappiate, a scanso di equivoci, che la storia della zucca è pre e post scoperta dell'America, questo perché non è assolutamente vero che prima dello "sbaglio" di Colombo noi non avevamo la zucca, ma piuttosto avevamo specie diverse di zucca che poi, purtroppo, sono state soppiantate da quelle americane. Anche se non del tutto.

La Lagenaria vulgaris è una pianta annua, rampicante, con fiori bianchi dal peduncolo lungo, frutti a buccia liscia, dura e sottile. di forma varia, ma simile a una bottiglia.
E' originaria di gran parte del vecchio mondo (dall'India all'Abissinia) e si è diffusa ovunque abbia trovato climi temperati.



La Lagenaria siceraria"Zucca dei pellegrini" ha un aspetto un po' più rozzo, dal collo più largo e strozzato alla base


La zucca trombetta invece è lunga ed anguiforme con un rigonfiamento ovoidale all'estremità.


in questo sito ho trovato questa bellissima foto e potete trovare tantissime altre foto di zucche con la spiegazione delle varie differenze.

Plinio (Storia Naturale XIX, 69) le divide in due attraverso la tipologia di coltivazione:
plebeiae o comuni cioè quelle che si lasciano espandere sul terreno;
camarariae quelle che si avviluppano sui pergolati.

Columella (L'arte dell'agricoltura e libro sugli alberi X, 381-385) da consigli per la coltivazione:
se si vogliono lunghe e sottili, raccogliere i semi dall'attaccatura del collo; se si vogliono invece grandi e rotonde prendere i semi dalla parte più panciuta.

Per il periodo medievale, nel Cinquecento viene attestata la coltivazione di zucche "indiane" e di zucche "marine, "che hanno tutte forma di melloni" (Mattioli 1568, p.542).
Nei Taccuini sanitatis vengono raffigurate delle lagenarie, ma il gusto doveva risultare un po' insipido se non addirittura amare se pensiamo che negli usi di cucina si consiglia di raccoglierle prima che maturino, con la buccia verde e che si possa tagliare o raschiare con facilità.
La zucca viene considerata un alimento di natura fredda e umida, digeribile ma poco nutriente e produttivo di flemma; giova alle complessioni calde e nuoce a quelle fredde.

Ricettina di Anonimo Padovano (fine XV-inizio XVI): zucca con lardo:
mondare le zucche, tagliarle a pezzi e metterle nella pentola insieme al lardo battuto. Cuocere a fuoco dolce e rimestare continuamente. Si aggiunge poi il brodo di carne grasso colorato con un poco di zafferano, poi zucchero, spezie dolci e, a piacere, agresto.

"La zucha è come homo ch'è indiferente a fare bene o male, che conversando con boni diventa bono, con cativi, cativo. Cossì la zucha: con boni cibi manzata è bona, con cativi, cativa." (Savonarola 1515).

In  MM [1] si possono trovare delle ricette per zuppe dense:
cuocere la zucca in brodo di carne o anche solo acqua, e cipolle. Poi si scola tutto e lo si pesta nel mortaio e lo si passa per la stamigna, rimettendo a cuocere nel brodo grasso con un un poco di agresto e colorandolo con lo zafferano. La minestra va poi raddensata, fuori dal fuoco, con uova (solo i tuorli) e formaggio stagionato grattugiato. Servire con spezie dolci.

Leggendo il libro da cui traggo tutte queste informazioni ("La cucina medievale" di E.Carnevale Schianca) si può notare che su per giù quasi tutte le zuppe girano attorno a questo tipo di ricetta, magari cambiando un po' le spezie (per esempio aggiungendo il pepe), mente se si parla di zuppe di magro o quaresimali per gli ammalati la zucca si prepara generalmente con il latte di mandorle.
Di certo non ci si negava nulla nel Rinascimento e quindi le zucche venivano anche fritte, con zafferano agresto e spezie oppure fatte a frittelle.

Frittelle di zucca:
mistura di tuorli rassodati, menta, prezzemolo, formaggio grattugiato, uva passa, pepe e cannella. Il tutto pestato e stemperato con uova crude; quindi unito alla zucca lessata e pestata col miele.
Oppure zucca cotta, amalgamate con pesto di prezzemolo, menta, maggiorana e pepe e legate con tuorli d'uova.

Nel Medioevo poi bisogna ricordarsi che per torta si intende un piatto salato e non dolce quindi l'abbinamento zucca, spezie e carne (di maiale e anche di pollo) non era una cosa anomala.
Ricettina di Mastro Martino per una torta di zucca:
mondare la zucca, grattugiarla e lessarla nel brodo o nel latte; mescolarla con una libbra e mezza di formaggio fresco , un po' di formaggio stagionato grattugiato, una libbra di pancetta di maiale (o di tettina di vitella) lessata e ben battuta (oppure l'equivalente di burro o strutto), mezza libbra di zucchero, 6 uova, un bicchiere di latte, zenzero, cannella e zafferano; la torta è ad una sola sfoglia.

Per il suo gusto dolcino, ma delicato e per la sua consistenza, la zucca fu usata anche per la pasticceria minuta.
Ricettina dei "ravioli de zuche" di MOR [2]
ripieno: "zuchoti teneri" raschiati in superficie, privati dei semi e tagliati in cubetti e lessati. Poi strizzati bene e pestati, mescolati con formaggio grattugiato, ricotta, sale, zenzero, cannella e zafferano, un battuto di basilico e maggiorana. La pasta è di farina bianca intrisa con albume. Devono essere grandi (15 cm) tondi o quadrati poco importa, e per la dimensione la cottura prevede che vengano lessati. Si servono nei piattelli, messi a strati e sovrapposti e irrorati con una salsa di burro, formaggio, zenzero, cannella e chiodi di garofano.

Oppure si possono anche fare dei ravioli fritti con all'interno zucca, mandorle e spezie e poi si spolverizzano di zucchero. E questi vengono considerati ravioli quaresimali...

Ultima curiosità: la zucca tenera, raschiata in superficie e tagliata per il lungo in strisce, veniva fatta seccare e usata come riserva alimentare per l'inverno dai contadini (Bartolomeo Sacchi detto "Platina").

Rileggendo l'articolo dedicato alla zucca nella bella enciclopedia della cucina medievali mi rendo conto che gli accostamenti con le spezie non cambiano, anzi; che la zucca va bene con carne e formaggio; che l'uso della zucca è maggiormente diffuso nel Rinascimento che in epoche precedenti; ma soprattutto che queste ricette fanno venire l'acquolina in bocca e che alla fine non sono nemmeno troppo dissimili dal nostro gusto.



NOTE
[1] = Ms Urbinate Latino 1203, Biblioteca Apostolica Vaticana, databile alla fine del XV sec o agli inizi del XVI, forse in Toscana
[2] = Morimondo, Ms "Ricettario", Società Storica Comense, risalente al XV secolo e contiene 155 ricette