giovedì 23 febbraio 2012

Lavorare la lana antica

Qualche mese fa sono venuta a conoscenza di un progetto molto interessante sul recupero di pecore antiche.
Per chi come me fa si interessa alla ricostruzione di tecniche antiche, alla fine è costretto a scontrarsi sul fatto che i materiali in millenni o in secoli sono cambiati e che quindi non si potrà mai avere una ricostruzione al 100%.
Per la lana il problema è genetico.
Non ci sono più le pecore di una volta.
Sembrerebbe un modo di dire, ma è vero.
Nel tempo l'uomo ha modificato gli animali per i propri fini: abbiamo mucche che fanno più latte del dovuto, maiali grossi per prosciutti saporiti, pecore preferite o per la loro carne o per la loro lana.
Purtroppo le pecore preferite per la lana sono sempre di meno...
In Italia non conviene nemmeno lavorarla: si butta direttamente nelle discariche, senza passare per il via.
Una tristezza infinita.
Non solo per lo spreco di materiale naturale meraviglioso, ma anche per la perdita di sapere artigianale. Prima il business gente!
Pulire, cardare, filare un vello, anzi velli di un intero gregge, sono lavori che nessuno vuol più fare. E' roba da manovali sottopagati.
Eppure...
L'Inghilterra da anni ha iniziato un recupero delle sue storiche lane: saranno le stesse che nel medioevo hanno vestito re e regine e tenuto al caldo le classi più nobili di corti e signorie?
E l'Italia.
Stranamente anche in Italia qualcosa si sta muovendo.
L'Abruzzo sta recuperando qualcosa, anche se le mie notizie riguardavano un pre terremoto. Di certo nel post terremoto tante pecore sarde sono andate a rimpolpare i greggi abruzzesi. Quanta meravigliosa fierezza nello scambio e nell'aiuto fra pastori vidi alla tv in quei giorni!

Ma torniamo a noi.
A noi, noi...cioè nella mia terra, visto che anche qui si sta recuperando qualcosa, o meglio qualcuno.
La Pecora Cornigliese.
Dobbiamo ringraziare l'associazione Arcadia (nome evocativo!), la Fondazione Cariparma e la Provincia di Parma nell'assessorato all'Agricultura.

Riferisco dal volantino che mi hanno mandato:
"La pecora del Corniglio, originaria dell'Alto Appennino Parmense, ottenuta a metà del '700 dai Borbone con incroci fra pecore locali e la razza Merinos ed ulteriormente incrociata con Arieti Bergamaschi, è un animale di grande mole la cui lana con alto tenore di cisteina e cistina ha buone qualità tessili."

L'iniziativa meravigliosa dell'associazione per far conoscere questa lana è "semplice":
hanno regalato fino a metà gennaio 3 etti (credo, non l'ho pesata. Vado a memoria) di lana, da lavorare con le tecniche più disparate e varie e poi riconsegnare i manufatti per organizzare una mostra.


Il pacchetto mi è arrivato tempo fa a mano (Sala Baganza è in provincia di Parma, quindi si spendeva di più per posta che per benzina), ma non sapevo come fare visto che va lavata.
Mi è venuta in aiuto la pagina facebook del gruppo. Bello comunicare con tante persone appassionate e che ne sanno un sacco! Mi sa che imparerò tanto e avrò la possibilità di scoprire tante cose interessanti.
Così ho potuto leggere come lavarla (mi ha convinto la versione: usare sapone neutro e acqua tiepida e sciacquare delicatamente).


L'ho sciacquata finché l'acqua non è diventata chiara, sperando di averla lavata bene pur non esagerando con il sapone, visto che temevo di infeltrirla o altro. Mai lavato della lana in matassa...


L'ho tamponata un po' con un asciugamano, come mi ha insegnato mia mamma per asciugare qualunque cosa di lana.


Poi ho sfruttato il fatto che ci fosse finalmente il sole dopo un mese di gelo, neve, sotto zero.
Anche se il sole di oggi non è ancora caldo da asciugarla bene in un sol giorno. Ci vuole tempo ancora per uscire dall'inverno


Questa foto rende giustizia al colore della lana, con il suo bianco naturale (ah il bianco, quest'alieno!), ma non vi trasmette il profumo della lana. Mamma mia che profumo...di natura, di vita, di normalità, di tempi antichi!
Qualcuno l'ha lavata e poi messo anche l'ammorbidente, ma io voglio tesserla insieme alla mia merino Sesia (che ha tutt'altre qualità), lasciandola il più possibile al naturale.
Verrà una passamaneria molto interessante.

Poi quando imparerò, questa lana sarà usata per i miei esperimenti di tintura.

Aspettiamo domani, sperando che sia finalmente tutta asciutta.


martedì 21 febbraio 2012

Un buongiorno inaspettato.

Le sorprese sono tali perché accadano quando meno te lo aspetti.
Possono essere piccole o grandi, non importa, importa solo la gioia che ti mettono addosso.
E oggi ho ricevuto la mia piccola grande sorpresa.

Da ottobre sono anche su Etsy.
Mi hanno aperto un negozio le mie amiche, senza che io sapessi né cosa fosse veramente Etsy, né come funzionasse, né se fossi davvero interessata.
Per molti mesi ha campeggiato solitario il mio vermino, poi presa da un momento di follia ho aggiunto anche le mie passamanerie. Tanto le foto le avevo già fatte e anche pubblicate sulla pagina fb del blog.
Se bastasse mettere in vetrina gli oggetti per vendere, Etsy sarebbe anche facile. Il condizionale è d'obbligo, perché esso si basa sul passaparola, sul pubblicizzare i prodotti altri, nel "cuorare" che è simile al "mi piace". Tutta una terminologia assurda, lontana dell'italiano, che ci fa credere di essere nel mondo delle fiabe, dove tutto va bene e ci vogliamo un sacco di bene.
Uno dei meccanismi del fare pubblicità agli altri è fare le Treasury. Come spiegarle? Unire non più di 16 oggetti in un'unica vetrina pubblica, secondo un argomento di propria voglia (colori, sapori, animali, tecniche etc. etc.). Più ne fai e più ti fai conosci. Più metti oggetti stranieri (Etsy è mondiale) e più il tuo nome si espande nel mondo virtuale.
Anche sulle treasury ho faticato a capirne il meccanismo (Etsy non è intuitivo) e soprattutto per farmi venire la fantasia per farle.
Un giorno presa dall'ispirazione ho creato una treasury sul medioevo per bambini: costumi, giochi, oggetti, disegni. Ho creato my funny little middle ages.
Poi l'ho lasciata "crescere": i commenti fanno sempre piacere, ma è il suo vagare nel web che conta. Vai mia piccola treasury!

Oggi aprendo il mio negozio per controllare e sperare in un ordine, ho ricevuto la mia piccola sorpresa che ha aumentato il buon umore (nato dall'allenamento ottimo di ieri sera): la mia treasury è finita in un blog!
Certo, chi l'ha messa aveva un oggetto nella mia treasury, ma il commento mi ha entusiasmato (leggete le prime righe). La mia passione per il medioevo è passata anche attraverso una cosa così piccola e lontana dalla didattica e dalla rievocazione. E' passata perché c'è e a me sta bene così: fa parte di me e non c'è screzio, difficoltà o altro che può allontanarci.
Lunga vita al Medioevo!!!

martedì 24 gennaio 2012

L' arciere questo sconosciuto

Prima di leggere guardatevi questo filmato. E' un po' lungo, ma capirete meglio la riflessione.


Il video, oltre a esser fatto con molta perizia e con tecnologia avanzata (qualità ottima che sarebbe bello avere per riprendere tutte le rievocazioni), è utile per comprendere una cosa che in gara mi sono persa: cosa passa per la mente all'arciere.

Invero non ho una risposta e sinceramente non ho intenzione di chiederla a loro, ma quello che mi ha stupito è quel momento di concentrazione che ognuno di loro deve prendere prima di tirare.
La posa, la gamba, essere mancini o meno, vestiti in un modo o nell'altro sono accessori.
Se non hai la mente il bersaglio non lo vedi o meglio non lo visualizzi, perché esso è primariamente dentro di te, poi se non lo prendi i fattori possono essere anche esterni a te.

E allora rifletto su quante differenze ci sono e ci sono state fra arcieri e fanti, fra fanti e cavalieri.
Sì, parlo proprio delle battaglie medievali (perché quelle mi interessano, lo sapete).

L'attenzione al proprio strumento è simile.
L'arciere doveva curare arco, corda e frecce non solo da danni improvvisi (un tiro di catapulta che ti spatascia potrebbe rientrare in questo ambito), ma soprattutto da quelli atmosferici: vento, pioggia, freddo e caldo. Ognuna di queste cose modificano il proprio mestiere.
Anche il fante lo fa e soprattutto il cavaliere che vede nel proprio armamento non solo il proprio status, ma la propria ragion d'essere e di vivere: l'armatura oliata e ben tenuta, le armi a posto sono possibilità di vittoria e di sopravvivenza.

Poi c'è l'inquadramento.
Ognuno di questi soldati ha un suo posto, un suo momento e ordini ben precisi da seguire.
Gli eroi valgono, ma fino a un certo punto e non è sempre una cosa positiva.

Quello che cambia è la mentalità.
Il cavaliere è un individuo; un essere che si ritiene superiore per status e per nascita: una macchina da guerra tirata su da bambino; un tutt'uno con un animale imprevedibile e maestoso come il cavallo; un uomo che deve dimostrare ogni volta il suo status. E fin tanto che non venne inquadrato in eserciti, tipo quelli monastici militari, questa sua individualità risultò essere un danno piuttosto che un utile. Gli ordini monastici militari hanno sfruttando tutto questo allenamento, diminuendo il potere individuale, creando un mix potenzialmente letale.
Il fante è un componente di un inquadramento. Il suo essere non professionista, a volte costretto, lo porta per forza a fare affidamento sul fante che gli sta a fianco. Si deve creare un legame che porta a sopportare le stesse difficoltà nello stesso momento, perché nel momento della battaglia, nello scontro diretto e frontale col nemico, ognuno di loro deve sapere che spalla tocca la propria.
L'arciere è solo con il proprio bersaglio. Raramente deve dimostrare il proprio status e tranne momenti di enorme difficoltà, in cui l'arco viene sostituito da altre armi, egli non può far altro che contare sulla propria concentrazione e sul proprio braccio. Sembra facile detto cosi...

Se ci mettiamo nei panni di queste tre figure di soldato, ci si rende conto che il momento prima dell'inizio della battaglia, il silenzio del campo non viene rotto dai pensieri che frullano nella mente di ognuno, ma viene scandagliato dagli sguardi, perché ognuno di loro sa:
di dover far affidamento sul proprio allenamento;
di poter far affidamento sulle proprie armi;
e infine sperare di poter far affidamento sul proprio vicino.

Fare rievocazione permette davvero di capire tutto ciò?
Forse.

Anzi no.

Puoi avere solo l'adrenalina che il fisico produce per lo sforzo fisico.
Se fai affidamento in formazione, come fante, al tuo vicino è perché speri di divertirti il più possibile in battaglia e, se è un amico, di poter ridere con lui delle vostre reciproche azioni.
Se sei un arciere non andrai mai a bersaglio umano per paura di far male.
Al rievocatore per fortuna manca quel senso di ... vuoto ... paura ... annullamento che probabilmente il soldato provava nel momento in cui si lanciavano i dadi della sua vita.

Però provare a ricreare le emozioni del passato sono una delle cose che più mi incuriosisce della mia passione.

lunedì 23 gennaio 2012

Sono Pazzi Questi Arcieri!

Di solito in inverno i gruppi di rievocazione tendono a rimanere al caldo, a ritemprarsi dalle fatiche dell'anno, a costruire armamentari nuovi e/o vestiti nuovi o altre amenità del genere. Insomma il rievocatore medio è un animale da letargo.
Ieri ho scoperto che la variante arciere invece trova assolutamente divertente e stimolante ritrovarsi per gare invernali nel periodo più freddo dell'anno. Ho però il sospetto che sia una bieca scusa anche per ridere e mangiare come chissà...

Io non sono un arciere e non ho mai pensato di diventarlo. Insomma...sì...Robin Hood lo adoro, da bambina ho sognato di essere o fare come lui, ma il CLANG della spada contro l'altra e le smelle che si producono provocano una sensazione che il WHOSH della freccia nell'aria non può provocare.
Sono un fante pesante...terza linea, ma fante pesante.

Questo fine settimana passato però è stato divertente e rilassante, per quanto non fossi nel mio ambiente e conoscessi poche persone. Eppure...ci si guarda in faccia e si riconoscono vecchi amici, si rincontrano compagni di rievocazioni, si conoscono finalmente persone che feisbuck ti ha fatto conoscere (e finalmente le guardi negli occhi per capire chi sono), se ne conoscono di nuove...e tutte hanno lo stesso sguardo che ti fa sentire a casa.
Per la sociologia ufficiale e impaludata questa si chiamerebbe una sottocultura.
Per il mondo ggiovane sarebbe un insieme di nerd.
Per me e gli altri...beh ci dispiace che voi siate normali.

Perché il rievocatore, sperimentatore, archeologo o meno, storico o meno, trafficone, artigiano, di città o di montagna, uomo o donna, di periodi storici definiti o plurimi (tutte categorie assemblabili a caso o secondo un percorso ben definito) ha lo stesso sguardo curioso per ciò che lo circonda


trova affascinante qualunque oggetto naturale gli sia utile per la sua sperimentazione o ricostruzione, ringraziando l'amico che glielo ha procurato


quando si ritrova in gruppo è normale che sbuchi fuori un libro, fascicolo, documentazione, fogli vari ed eventuali, per controllare l'ultimo ritrovamento archeologico o confrontare l'ultima ricerca fatta


oppure si metta a costruire o a dare una mano a risistemare la strumentazione dell'amico o collega


oppure chiacchiera di storia, spaziando nel tempo e nello spazio


Ma quando il gioco si fa duro e le decisioni prese, chi c'è c'è. Gara, rievocazione, sperimentazione hanno luogo indipendentemente dal luogo e dal tempo, anzi a volte le avversità climatiche ti spingono a fare domande che non ti eri posto prima, ti spingono a forzare la tua forza di volontà o solo quella fisica.



beh un aiutino moderno aiuta... Un grazie a tutti coloro che hanno portato viveri caldi e riscaldanti che hanno permesso anche a me di non congelarmi del tutto. E soprattutto bella la condivisione tranquilla e umana. 





Grazie a tutti quelli che mi hanno accettata con un sorriso o solo con una chiacchiera.
Una pattona al mio ex Liberto (ricordati che ti ho venduto al Frate).
Grazie alla Sagitta Barbarica, a Nonno, a Mirco, a Monica e Sergio, a Moreno e Alessandra, al Mago e a tutti gli altri per il bel fine settimana di riposo, ma noi non tanto; per avermi fatto vedere meglio il "mestiere" dell'arco; per le risate; per gli spunti di domande; e per tanto altro ancora.
Vediamo cosa il futuro ci riserverà.